Un meleto può avere un bilancio del carbonio che contribuisca a contrastare il cambiamento climatico? Una ricerca decennale svolta in Alto Adige dà una risposta sorprendentemente positiva. Ma ad alcune condizioni, come ci spiega Massimo Tagliavini, professore di Fisiologia degli ecosistemi arborei alla Libera Università di Bolzano. Tre domande semplici e tre risposte... un po’ meno semplici.
I meleti sono fissatori netti o emettitori netti di anidride carbonica? È il quesito da cui è partito il progetto di ricerca guidato da Massimo Tagliavini, che con il suo team per dieci anni ha monitorato in un meleto commerciale a Caldaro, nei pressi di Bolzano, i flussi di CO2 tra piante, suolo e atmosfera. Una ricerca finanziata anche da Assomela, l’associazione che riunisce gran parte dei produttori di mele italiani, per cercare di comprendere quanto pesi davvero la melicoltura sul clima. Perché se l’agricoltura da un lato soffre delle conseguenze del cambiamento climatico, dall’altro è anche responsabile di emissioni di gas serra, tra metano, ossidi d’azoto e, appunto, CO2.
A rendere urgente questo tema è anche la pressione dei grandi buyer internazionali. I coltivatori europei di mele, spiega Tagliavini, competono ormai con grandi produttori, ad esempio neozelandesi, che dichiarano un carbon footprint più basso, spingendo il settore a verificare il proprio. Ecco perché sempre più associazioni di melicoltori commissionano il calcolo ufficiale dell’impronta di carbonio.
“Tramite una tecnica micrometeorologica chiamata eddy covariance”, spiega Massimo Tagliavini. “Siamo stati i primi al mondo a utilizzare in un meleto questa tecnica, che misura lo scambio netto di carbonio dell’ecosistema”, afferma il ricercatore. Una torre misurava con anemometri la componente verticale del vento nei filari di meli e, insieme ad essa, la concentrazione di CO2 nell’aria attorno alla pianta.
“Di giorno prevale il flusso in entrata: il sistema fissa il carbonio attraverso la fotosintesi”, spiega Tagliavini. “Di notte, invece, il flusso netto di carbonio è in uscita perché c’è solo la respirazione delle piante e dei microrganismi del suolo”. Sommando questi valori per dieci anni consecutivi, il gruppo di ricerca ha individuato il Net Ecosystem Exchange, ovvero lo scambio netto di CO2 tra il meleto e l’atmosfera.
La risposta breve è: nel bilancio netto lo assorbono. Attraverso la fotosintesi l’albero fissa più CO2 di quanta ne rilasci con la respirazione.
Ma per rispondere più a fondo va analizzato l’intero ciclo del carbonio nel meleto. Parte del carbonio guadagnato, ad esempio, lascia il sistema attraverso i cosiddetti flussi laterali, ogni volta che le mele vengono raccolte e vendute. “Anche conteggiando queste uscite, comunque, il sistema continua a essere un carbon sink, un assorbitore netto di carbonio”, afferma Tagliavini.
“Anche se c'è un’altra parte importante della storia, che riguarda la CO2 emessa ad esempio nella produzione dei concimi azotati, oppure bruciando gasolio quando si usano i trattori. Tutto ciò contribuisce al carbon footprint della mela e va conteggiato”. Sommando le emissioni causate dalla gestione – concimi, gasolio per i macchinari, pali di cemento, reti in plastica – il team di Tagliavini è arrivato a un dato di circa 50 grammi di CO2 equivalente emessa per chilo di mele prodotto dal meleto: un valore, anche questo, ampiamente compensato dalla fissazione biologica dell’impianto, al punto che, secondo i dati raccolti dal gruppo di ricerca, “il meleto è potenzialmente carbon neutral”.
La ricerca ha individuato leve concrete per far sì che questa potenzialità diventi realtà. “La prima riguarda il suolo: seminare colture di copertura tra i filari aumenta la fissazione del carbonio nel terreno,” afferma il professore. Queste cover crops, miscele di graminacee e leguminose, in più fissano l’azoto atmosferico, migliorando la fertilità del suolo. Anche siepi e aree di compensazione potenziano il carbon sink.
La seconda leva è, appunto, la gestione del meleto: trattori elettrici, letame invece di concimi minerali, un uso mirato delle acque di falda e un parco macchine commisurato alla superficie coltivata. La terza riguarda la fine del ciclo produttivo dei meli che, una volta estirpati, spesso vengono bruciati, rilasciando in atmosfera in pochi istanti la CO2 fissata in vent’anni. “Bisognerebbe far sì che una parte importante di questo guadagno rimanga nel sistema”, spiega Tagliavini, “ad esempio attraverso il compostaggio o l’interramento delle radici”. I benefici collaterali: più carbonio nel suolo significa più microrganismi e biodiversità.
Resta un’ultima, scomoda, domanda: quella del greenwashing, il dichiararsi sostenibili spesso senza il supporto dei dati. Le critiche rivolte al carbon farming riguardano il più delle volte queste pratiche. Per il ricercatore, la differenza sta nell’uso che si fa dei dati: “Dipende se uso il carbon farming a scopi di marketing – per dire che è tutto a posto perché il mio meleto è neutrale – oppure se sfrutto i dati per migliorare questo aspetto della mia gestione”.
Fermo restando che lo scopo principale dell’agricoltura non è fissare la CO2 ma produrre cibo, allo stesso tempo l’industria agraria, inclusa la melicoltura, dovrà dare il proprio contributo alla riduzione delle emissioni, conciliandolo con un’elevata produttività. “Il meleto del futuro deve essere quindi un meleto che fornisca anche questi servizi ecosistemici”, afferma Tagliavini, “oltre a essere sostenibile dal punto di vista economico”. Un equilibrio che la ricerca della Libera Università di Bolzano continuerà a monitorare con una nuova torre per la misurazione della eddy covariance in un meleto altoatesino, che servirà a studiare come il cambiamento climatico influenzi la fotosintesi dei meli e il carbon footprint.
Massimo Tagliavini è professore ordinario di Fisiologia ed Ecologia degli ecosistemi arborei alla Libera Università di Bolzano, dove guida il gruppo di ricerca Tree Ecophysiology and Ecosystems. È stato Preside di Facoltà dal 2008 al 2014. Autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche, è direttore di “Italus Hortus”, è stato presidente della Società Orticola Italiana ed è vicepresidente di Eurac Research.
Testo: Valeria Dejaco